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Flavio Claudio Giuliano (in latino: Flavius Claudius Iulianus; Costantinopoli, 331[2] – Maranga Mesopotamia, 26 giugno 363) è stato un imperatore romano. Governò come imperatore negli anni 360-363 e, precedentemente, dal 355, come cesare per la Gallia sotto Costanzo II. Fu l'ultimo imperatore romano dichiaratamente pagano. Giuliano tentò di restaurare la Religione romana dopo che essa aveva cominciato ad essere sfavorita in favore del Cristianesimo a partire dall'epoca di Costantino I. Nella tradizione storiografica cristiana è conosciuto come "Giuliano l'Apostata"[3] a causa del suo abbandono del Cristianesimo. Durante il medioevo ciò contribuì alla creazione nell'immaginario comune di un Giuliano persecutore nei confronti dei cristiani, ma in realtà nel suo regno vi fu una certa tolleranza religiosa; la sua apostasia consistette invece nel non abbracciare la religione cristiana, a differenza di Costantino, e nel criticarne certi aspetti, piuttosto che una "guerra" contro il cristianesimo rendendone la pratica illegale e perseguitandone i discepoli come sotto altri imperatori. Viene anche chiamato "Giuliano il Filosofo" oppure "Giuliano II" (essendo "Giuliano I" l'imperatore Didio Giuliano).
modifica Vitamodifica Adolescenza e giovinezzaNato nel 331 a Costantinopoli, era nipote di Costantino I, in quanto figlio del fratellastro di costui, Giulio Costanzo, e di Basilina. I membri maschili della famiglia imperiale furono uccisi dai figli di Costantino I dopo la sua morte nel 337: di loro si salvarono solo Giuliano, perché troppo piccolo per rappresentare una minaccia, e il fratellastro Costanzo Gallo. Passò l'infanzia e l'adolescenza tra Costantinopoli e Nicomedia, ove fu tenuto semiprigioniero da Costanzo sin dall'età dei sei anni, assieme a Gallo. La formazione culturale e religiosa dei due fanciulli fu affidata a Eusebio di Nicomedia, loro parente per parte di madre, che li crebbe nella più rigorosa disciplina cristiano-ariana e nell'odio verso le religioni e le culture non cristiane[4]. Poi, sempre restando ai margini della corte, Giuliano venne mandato in una tenuta in Cappadocia, a Macellum. Lì venne seguito dal vescovo Giorgio di Cappadocia. Durante questo periodo, nel futuro imperatore prese corpo la passione per la cultura ellenistica e si formò la considerazione per i coloni, in particolare verso gli humiliores. Da Macellum si trasferì ad Atene, dove si diede allo studio appassionato della spiritualità del mondo greco classico che considerò di gran lunga più vivo e ricco del Cristianesimo. Ad Atene ebbe modo di perfezionare la sua preparazione, seguendo i corsi del più famoso oratore dell'epoca, l'armeno Libanio. Mentre egli studiava, protetto da Eusebia moglie dell'imperatore Costanzo II, suo fratello Costanzo Gallo venne chiamato a corte da Costanzo II, nominato Cesare nel 351, e successivamente fatto giustiziare, nel 354, su ordine dello stesso imperatore. modifica Giuliano Cesaremodifica Gallo CesareLo storico Eutropio, che partecipò alla spedizione contro la Persia del marzo 363 in compagnia di Giuliano, dice di lui nel suo Breviario di Storia Romana:
modifica Governo della GalliaNel 355 fu richiamato a corte ed ebbe in moglie la sorella di Costanzo II, Elena. Fu poi insignito del titolo di cesare e fu inviato in Gallia. Accettò malvolentieri titolo e incarico: in una sua lettera agli ateniesi scrisse infatti:
Tuttavia ebbe modo di modificare questa opinione col tempo giungendo a descrivere con affetto e nostalgia nella lettera agli antiocheni la cara Lutetia Parisiorum, descrivendo financo le tecniche utilizzate dai locali per la coltivazione di uva e fichi. Rilevante è anche la sua descrizione dei barbari Franchi, per la prima volta non descritti da un Romano con toni paternalistici ma cercando di spiegare piuttosto la loro condizione di arretratezza culturale e sociale con la povertà e le difficili condizioni di vita delle Gallie esulando dagli stereotipi di brutalità e forza fisica nel quale lo stesso Giulio Cesare, suo fermo punto di riferimento, era caduto.
Giuliano fece di Lutetia Parisiorum (l'odierna Parigi) la sua capitale, e si rivelò buon amministratore e buon soldato, malgrado non avesse ricevuto alcuna educazione militare, le sue uniche conoscenze in materia limitandosi a quanto letto nel "De Bello Gallico". Giuliano si dimostrò un buon comandante, ottenendo una importante vittoria a Strasburgo, che fu riportata sotto il controllo imperiale, sconfiggendo gli Alamanni nel 357 e nel 360 e i Franchi nel 358, compiendo inoltre numerose spedizioni, sempre coronate dal successo contro i Germani al di là del Reno, giungendo a rioccupare le antiche fortezze del vecchio limes romano di Bonna e Novaesium e riducendo quelle popolazioni sulla difensiva.
Nel 359 Costanzo II, forse intimorito dal successo e dalla fama che circondava Giuliano, forse perché doveva effettivamente preparare l'offensiva contro i Persiani gli chiese di inviare le sue truppe migliori per la campagna in Persia. Le truppe stanziate in Gallia, però, rifiutarono di partire (non si sa se incoraggiate da Giuliano o meno), in quanto all'atto del reclutamento Giuliano aveva promesso a queste milizie barbariche di impiegarle nel medesimo teatro operativo di provenienza (in quanto appartenenti alle forze denominate limitanee, ovvero di confine), e nel febbraio 360 lo proclamarono imperatore. Giuliano, secondo il suo storico Ammiano Marcellino, in un primo momento si mostrò restio ad accettare la porpora, memore probabilmente della tragica fine dei tanti usurpatori delle Gallie (Magnenzio e Silvano tra i più pericolosi), che in epoche diverse si erano ribellati a Costanzo, venendo però facilmente schiacciati dal legittimo imperatore. Alla fine però, memore di un sogno premonitore, accettò la corona di ferro barbarica che i soldati delle sue legioni gli posero sul capo in mancanza di un diadema imperiale. Issato sugli scudi venne portato, sempre secondo Ammiano, in trionfo nell'accampamento per poi ritirarsi nei suoi alloggiamenti, promettendo elargizioni. A questo punto inviò due lettere al cugino Costanzo. Nella prima giurava fedeltà e prometteva collaborazione per la guerra partica; nella seconda, di contenuto più confidenziale, si scagliava contro l'imperatore accusandolo della morte del fratellastro Gallo e dei suoi genitori avvenuta il giorno successivo alla morte di Costantino il Grande. Costanzo, nonostante vari ripensamenti rigettò completamente le concilianti offerte del cugino e gli dichiarò guerra interrompendo le operazioni belliche sul confine persiano marciando da Antiochia contro di lui, morendo tuttavia di lì a poco in Cilicia il 3 novembre 361. Giuliano, che nel frattempo, ignaro della morte del cugino, aveva ridotto al minimo i presidi sul Reno per disporre del maggior numero di uomini possibile, nella sua marcia verso sud per fronteggiare l'atteso attacco divise le sue truppe in tre tronconi, ponendosi a capo di una forza esigua ma estremamente mobile di circa 3000 uomini, affidando a Gioviano e Nevitta il comando del grosso delle truppe. Conquistate con facilità le provincie danubiane e illiriche le cui truppe non gli opposero alcuna resistenza, aprendogli anzi le porte delle piazzeforti principali e tributandogli un'accoglienza trionfale, Giuliano si riunì alfine al resto del suo esercito in Tracia, con la sola eccezione di una piccola forza che era rimasta impegnata nell'assedio di Aquileia. Egli venne a conoscenza della scomparsa di Costanzo proprio mentre si trovava in quella regione, avendo ricevuto lungo il percorso una delegazione senatoria guidata dall'eminente giurista Treboniano Gallo lontano parente di Giuliano stesso. modifica Campagne militari
Solido coniato da Giuliano per celebrare la potenza militare dell'impero.
modifica Giuliano AugustoLa crisi dell'impero prima che militare era economica e quindi demografica. Il costo dell'impero aumentava, il fiscus gravava quasi esclusivamente sui ceti produttivi in quanto i possessores e le grandi proprietà ecclesiastiche cristiane ne erano esenti, e la chiesa cristiana aveva organizzato una sua economia parallela (l'economia di carità) che meglio rispondeva alle esigenze del tempo ma che sottraeva risorse allo stato. Giuliano aveva maturato una sua idea circa le soluzioni atte a risolvere le diverse questioni e, da imperatore, cercò di attuarle. modifica Questione religiosa
Giuliano l'Apostata presiede ad una conferenza settaria, Edward Armitage, 1875.
Nel 361 Giuliano si era dichiarato pagano quindi, coerentemente con lo spirito tollerante dell'impero romano pagano, Giuliano promulgò un editto di tolleranza autorizzando tutte le religioni e abrogò le misure prese non solo contro il paganesimo, ma anche contro gli ebrei e contro i cristiani che non avessero seguito il credo ariano favorito da Costanzo II. Un esempio delle idee di Giuliano circa i vari modi giungere alla verità (filosofica e religiosa) è dato nella lettera al filosofo Temistio:
Da Costantinopoli, dove risiedette fino al maggio del 362, si trasferì in Asia Minore dove si recò a far visita al tempio della Dea Madre di Pessinunte per poi dirigersi alla volta di Antiochia. Date le sue preferenze personali Giuliano cercò di rifondare e promuovere il paganesimo intraprendendo un'opera di riforma della religione pagana, in parte ispirata all'organizzazione ecclesiastica cristiana riguardo la cosiddetta economia di carità creando appositamente delle istituzioni che avrebbero dovuto occuparsi dei problemi degli indigenti. Giuliano promosse anche la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, perché riteneva la divinità degli ebrei un dio etnico, coerentemente con la sua visione politeistica. Un terremoto interruppe però i lavori, e non mancarono interpretazioni soprannaturali dell'avvenimento che da parte cristiana videro nel terremoto un segno divino a favore della loro religione. modifica Polemica anticristiana
La polemica anticristiana di Giuliano è di carattere morale, religioso, culturale e politico. modifica DissolutezzaGiuliano ritiene che la dottrina cristiana sia fonte di corruzione e di dissolutezza e quindi in Cesari, sulla scorta dei racconti degli storici Sozomeno e Zosimo, addebita a Costantino la conversione al cristianesimo: solo in quella religione avrebbe potuto ricevere la purificazione dell'omicidio del figlio Crispo e della moglie Fausta. Ad esempio in Cesari (composto nel 362-63) Giuliano descrive un banchetto offerto da Quirino agli dei e agli imperatori, durante il quale si svolge una gara tra Alessandro Magno, Giulio Cesare, Augusto, Marco Aurelio, Traiano e Costantino, volta a determinare chi sia stato il più grande. Al termine della gara, Zeus invita gli imperatori a scegliersi un dio come protettore e guida: Costantino invece di affidarsi alle divinità olimpiche va incontro alla Mollezza che lo accoglie con un abbraccio, lo adorna con vestiti multicolori e lo porta alla Dissolutezza: Lì si trova Gesù che predica:
sentite queste parole Costantino decise di seguirlo. modifica Volgarità dei costumiIn Contro i Galilei (composto nel 362-63) i cristiani sono accusati di aver conformato la loro vita a persone della più modesta estrazione: bottegai, esattori, ballerini, ruffiani (Gal. 238 DE). modifica Ragione e religioneSecondo Giuliano non solo il cristianesimo non è una religione che spinge alla ricerca della rettitudine, del bello e del vero ma è anche una religione contraria alla logica e al buon senso. Infatti se Paolo di Tarso, in una lettera ai Corinzi (6, 9-11) che Giuliano cita quasi perfettamente già diceva "Non illudetevi: né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapinatori erediteranno il Regno di Dio. E voi non ignorate queste cose, fratelli, perché anche voi eravate così. Ma siete stati lavati, siete stati santificati nel nome di Gesù Cristo"; allora, si chiedeva Giuliano, come è possibile che esista un'acqua che ha la virtù di purificare (diakathairein) da ogni bruttura e di penetrare nel fondo dell'anima?
In queste parole riecheggia l'eco di un presunto Contro i Cristiani di Porfirio di Tiro, composto nell’ultimo quarto del III secolo e bruciato nel 448 per ordine di Teodosio II e Valentiniano III. modifica EducazioneFamosa fu la legge che proibiva ai cristiani l'insegnamento letterario, poiché secondo l'imperatore non si poteva credere una cosa e insegnarne un'altra; sebbene venissero concesse dispense ad alcuni celebri retori di religione cristiana. I cristiani, infatti, secondo l'opinione di Giuliano avrebbero dovuto piuttosto commentare Matteo e Luca nelle chiese dei galilei, ma non spiegare le opere di Omero o Erodoto, dato che hanno come argomento gli dei che essi rifiutano. Inoltre Giuliano favorì le città che restauravano i templi, e si mostrò indifferente verso i casi di vessazione contro i cristiani. Non prese, tuttavia, alcuna misura persecutoria, dichiarando di auspicare che i cristiani stessi riconoscessero da soli il loro errore e che non aveva intenzione di costringerli a farlo. modifica AmministrazioneGiuliano manifestò l'intenzione di tornare ad un impero di forma meno autocratica e più conforme all'antica tradizione repubblicana (anche se in diversi casi venne costretto a governare in modo autoritario). Come già in Gallia, perseguì la sua politica deflazionistica alleviando il carico fiscale e redistribuendolo in maniera più equa: in Dalmazia ridusse in maniera consistente gli enormia pretia di aderazione dei cavalli, reintrodusse l'aurum coronarum a favore delle municipalità, progettò, sempre a favore delle municipalità, la restituzione dei fundi e dei vectigalia, ridusse il potere dei governatori a favore delle amministrazioni cittadine, trasferì il costo della cura e la manutenzione delle vie (de itinere muniendo) dalle municipalità ai possessores. Ovviamente la politica di Giuliano non era affatto una "politica di classe" volta cioè a favore una classe a favore dell'altra; piuttosto l'imperatore riteneva che gli opposti interessi e le rispettive necessità avessero un punto di convergenza e di equilibrio nello stato. modifica Giuliano e il mito degli eroiNella classicità le figure storiche che avevano compiuto grandi imprese erano assimilate di volta in volta a degli "dèi" (theòi), "eroi" (héroes) o "semidei" (hemìtheoi). Questi altri non erano che un prodotto della discesa della divinità sulla terra (epifania), di quello che lo stesso Giuliano riprendendo Plotino e Giamblico indica come pròodos: la “processione” dal cielo alla terra compiuta da Asclepio (nato dall'unione di un dio e di un essere mortale), che Zeus generò da sé tra gli intelligibili e manifestò tra gli uomini per mezzo dell’energia vivificatrice di Helios (Contro i galilei, 200A-B). Dioniso, Eracle, Achille quali figure paradigmatiche ed esempi da imitare avevano esercitato una grande richiamo su Alessandro Magno e Cesare ispirandoli a grandi imprese. Infatti se il primo riuscì a portare a compimento la conquista del Medio Oriente fino a spingersi in India, il secondo morì mentre stava preparando la guerra in Oriente contro i Parti. In entrambe i casi le imprese furono anche il prodotto della volontà di realizzare di un mito, di dare concretezza e visibilità all'epifania. Infatti nel progetto alessandrino Alessandro-Achille-Eracle-Dioniso sono le diverse persone di un'unica natura: quella divina. A Dioniso e ad Eracle, Giuliano venne equiparato da Temistio di Costantinopoli, un commentatore di Aristotele, “uomo serio e sinceramente virtuoso, [che] accoppiava all’intelligenza dei più ardui problemi filosofici un senso del reale e dell’utile onde era tratto ad occuparsi, con particolare cura, di tutte le cose attinenti alla vita civile” [5]. In una lettera di Giuliano a Temistio:
Come Temistio, anche Libanio [6] paragonò Giuliano ad Eracle. Di Ammiano possiamo leggere che Giuliano era «vir profecto heroicis connumerandus ingeniis» [7] Lo stesso Giuliano che, nell'orazione Contro il cinico Eraclio, associa Mitra ad Eracle (guidato nelle sue imprese da Atena Pronoia) il salvatore del mondo e quindi interpreta la propria missione, ad imitazione di quel modello, in chiave soterica come mediatore e "salvatore del mondo abitato" (sotèr tês oikouménes).[8] Degna di nota è l'accostamento che Giuliano compie tra Eracle ed Attis, in quanto ambedue, partendo da una condizione semidivina, giungono a realizzare la perfetta unione con il divino dove l'anima di Eracle, una volta liberata dall’involucro carnale, ritorna integra nella totalità del Padre (Inno alla Madre degli dei, 167A). La guerra, interpretata in chiave soteriologica, assume ora l'aspetto di missione purificatrice della terra e del mare che gli dei affidarono a Eracle e Dioniso. In tale contesto matura il progetto di conquista della Persia in quanto adeguamento a quella volontà divina che era già stata rivelata, e di cui se ne trova traccia nell'Eneide che così interpretava l’espansionismo di Roma. modifica Soggiorno in AntiochiaDopo aver riorganizzato ed alleggerito l'amministrazione, riducendo in particolare il personale di palazzo e quello che era utilizzato per opere di delazione e spionaggio, si stabilì ad Antiochia per preparare una spedizione contro la Persia. Entrò presto in conflitto con la popolazione della città, sia a causa del suo paganesimo, sia a causa del fatto che il suo rigore morale si opponeva alle abitudini di vita di quella metropoli. Degno di menzione l'incendio del tempio di Apollo nel bosco sacro di Dafne, attribuibile ai Cristiani, che non avevano gradito la demolizione della chiesa lì costruita e dedicata al vescovo di Antiochia, Babila e il trasporto dei resti di Babila ad Antiochia. Fonti cristiane riportano con orrore questo episodio e altri, per lo più sacrifici che Giuliano celebrò in città a scopo propiziatorio. In risposta all'avversione degli Antiocheni l'imperatore compose un trattato, il Misopogon, nel quale vengono stigmatizzati con fine eloquenza ma con scarso senso dell'umorismo le abitudini dissolute dei cittadini della metropoli asiatica, accusati di ipocrisia e doppiezza. modifica Campagna sasanide di Giuliano
Nella primavera del 363 Giuliano diede inizio alla sua campagna contro i Sasanidi. Diviso l'esercito in due tronconi mandò una parte a nord, verso l'Armenia, sia per riportare quella regione sotto il controllo romano (attraverso l'instaurazione di un re alleato), sia per ingannare le forze persiane, che nelle intenzioni di Giuliano sarebbero state costrette a distaccare una forza consistente per tenere d'occhio le forze romane così suddivise. Attraversato il deserto siriano Giuliano giunse nelle vicinanze della città di Circesium, ultimo avamposto romano prima del regno sassanide. Da qui si diresse verso il Tigri, conquistando le fortezze di Dura Europos e Anatha poste sul fiume Tigri che riuscì alfine ad attraversare nonostante l'accanita resistenza oppostagli dalle truppe del Surena (alta carica ereditaria dell'impero sassanide corrispondente al capo dell'esercito) nei pressi di Seleucia sul Tigri. Riuscì a porre sotto assedio la città di Diacira, conquistata di lì a poco d'assalto e distrutta, la popolazione venendo uccisa o ridotta in schiavitù. Da allora si ebbero prevalentemente solo piccole schermaglie tattiche di disturbo, nelle quali decisivo si rivelò l'apporto delle mobili truppe arabe, che entrambi i contendenti avevano cercato di attirare sotto le proprie insegne (a tal proposito è possibile ricordare una lettera inviata da Giuliano al capo di questa popolazione nomade, nel quale gli si promettono generose largizioni se accetterà di combattere per i Romani). La marcia di Giuliano, sia pure rallentata da difficoltà logistiche derivanti da problemi di approvvigionamento, lo portò fino a Ctesifonte, capitale dei Sasanidi. Pur avendo vinto la battaglia di Ctesifonte, combattutasi al di fuori delle mura della città , dovette tuttavia ritirarsi ed in quel frangente fu mortalmente ferito in combattimento accorrendo, privo di armatura, in soccorso ad alcune truppe in difficoltà il 26 giugno del 363. La sua morte, secondo lo storico Ammiano Marcellino, fu provocata da una lancia che lo trafisse al ventre; Libanio asserisce che si trattò di un omicidio ordito dai cristiani ed eseguito da un soldato, gli altri storici contemporanei, tra cui lo stesso Ammiano, non fanno menzione di questo fatto. Un fatto sorprendente di questo conflitto è che le truppe romane non si scontrarono mai con le truppe poste sotto il comando diretto di Shapur II, che, tratto in inganno dalla strategia seguita da Giuliano, si era diretto a nord nel tentativo di bloccare i passi dell'Armenia. Sicuramente apocrifa, perché la sua morte acquistasse in drammaticità e servisse ad edificazione escatologica dei cristiani, la versione secondo la quale un Giuliano pentito e umiliato, dopo essere stato colpito abbia esclamato: Vicisti, Galilaee ("Hai vinto, o Galileo"). Non designò alcun successore, contravvenendo al principio di continuazione dinastica seguito dai costantinidi, quasi lasciando al fato questo arduo dovere. Più di tutto lo colpì probabilmente l'esempio di Marco Aurelio, sua ideale guida politica e filosofica, che in punto di morte commise, tuttavia, l'errore di lasciare l'Impero al figlio Commodo. modifica Epilogo
modifica Tradizione storiograficaL'attenzione della tradizione storiografica cristiana e anticristiana si è concentrata sulla politica religiosa di Giuliano, che tuttavia non fu che una parte della sua politica, senza prevalere sulle altre. Per esempio, sembra che non facesse discriminazioni religiose quando di trattava di prendere qualcuno al suo servizio. modifica Opere letteraria e filosofiche
Pelle di Giuliano inchiodata ad una torre, da un manoscritto del XV° secolo de La caduta dei principi di Giovanni Boccaccio
Giuliano è uno dei principali autori in lingua greca del IV secolo. Scrisse lettere, discorsi ed un'opera di critica al cristianesimo (Contro i Galilei). Quest'ultimo scritto, giudicato "demoniaco" nelle epoche successive, non ci è stato tramandato. Se ne conosce, tuttavia, una buona parte grazie all'opera Contro Giuliano, composta da Cirillo di Alessandria nel V secolo (questa confutazione prova che lo scritto di Giuliano era ancora considerato pericoloso 50 anni dopo la sua morte). In Contro i galilei compare la tesi giulianea secondo la quale la dottrina cristiana costituisce il prodotto di una macchinazione, un'eresia del giudaismo diffusa da una minoranza di ebrei che si erano distaccati dalla loro tradizione. Oltre alla citata opera contro i cristiani, possiamo elencare tra i suoi scritti:
Adepto della filosofia neoplatonica, Giuliano tenne sempre, tuttavia, a precisare che non era arrivato a diventare un vero filosofo e che in quest'ambito si considerava ancora uno studente. Questo è il motivo per cui non scrisse mai un'opera propriamente filosofica, anche se la maggior parte dei suoi scritti si ispirano esplicitamente alle posizioni filosofiche. Tra le sue fonti, oltre ai misteri di Cibele (in onore della dea compose Alla Madre degli Dei), vi è il filosofo neoplatonico Giamblico, definito "divino" dall'imperatore per la sua sapienza e religiosità. Il trattato Inno a Re Helios è infatti basato sulla dottrina e sugli scritti di Giamblico; dedicato a Saturnino Secondo Salustio, suo amico, collaboratore e filosofo, nel progetto di Giuliano avrebbe dovuto costituire il testo dottrinale del "enoteismo solare" di ispirazione neoplatonica (Helios come immagine dell'Uno dal quale vengono emanati la molteplicità distinta degli Dèi, e tutta la realtà) in opposizione al cristianesimo, che doveva immettere nuova linfa nella tradizione classica. Inno alla Madre degli dei è un'esegesi dei miti greci sulla base delle dottrine misteriche. modifica Figura di Giuliano nei secoli successivi
Dettaglio del bassorilievo dell'incoronazione del re sasanide Ardashir II, a Taq-e Bostan, raffigurante il cadavere di Giuliano (riconoscibile dal diadema imperiale e dalla barba) sotto i piedi dei sovrani sasanidi
Giuliano divenne presto un mito. Alcuni pagani, in particolare Ammiano Marcellino e Libanio lo descrissero eroe di tolleranza, di virtù e di energia, un uomo troppo grande per il suo tempo, che soccombette sotto i colpi della meschineria e della malvagità (cristiana, ma non solo) che lo circondavano. Al contrario gli autori cristiani lo presentarono come un imbecille frenetico (Gregorio di Nazianzo, che l'aveva conosciuto come studente ad Atene) o come un mostro (gli storici ecclesiastici, che gli attribuiscono diverse profanazioni e sacrifici umani), un apostata perverso (tutte le misure che aveva preso, compreso il suo editto di tolleranza, sarebbero state volte a lottare ipocritamente contro il cristianesimo). Questa immagine prevalse per tutto il Medioevo e il Rinascimento, sebbene il personaggio abbia affascinato occasionalmente gli spiriti più originali (come Montaigne). Nel XVIII secolo i nuovi filosofi (in particolare Voltaire) riabilitarono Giuliano, raffigurandolo come campione dei "lumi" contro l'oscurantismo cristiano e come campione della libertà contro l'assolutismo del Basso Impero. Anche durante il Romanticismo ci si è appassionati per il personaggio, vedendovi un romantico ante litteram, spirito lucido e disperato, incompreso nel suo tempo, e la cui morte in giovane età dava il segno del trionfo dei mediocri. Nel XX secolo queste tre immagini, Giuliano l'apostata, Giuliano il filosofo e Giuliano eroe di una causa ormai perduta, si prolungano non solo nella narrativa, ma anche nei tentativi di riflessione storica (con, a volte, delle varianti: un Giuliano filosofo ateo che si nascondeva dietro un paganesimo di facciata secondo Alexandre Kojève). Anche per questo motivo è oggi così difficile distinguere chi fu il vero Giuliano. modifica Note
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